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Sviluppo aziendale

Holding: il vantaggio fiscale che molti fraintendono

Di Jacopo Maria Di Pinto · 31 luglio 2026 · Fase del metodo: Ripartire per crescere

Negli ultimi anni la holding è diventata uno degli argomenti più discussi nel panorama della consulenza alle imprese.

Sempre più imprenditori valutano la possibilità di riorganizzare il proprio patrimonio societario attraverso una società capogruppo, spesso spinti dalla convinzione che questa rappresenti una soluzione capace di ridurre sensibilmente il carico fiscale e, allo stesso tempo, di offrire una migliore protezione del patrimonio.

Questa crescente attenzione è certamente giustificata. La holding è uno strumento estremamente efficace e, se inserito all’interno di una corretta pianificazione societaria, può rappresentare un importante fattore di crescita e di stabilità per il gruppo imprenditoriale. Il problema nasce quando la scelta viene affrontata partendo dalla struttura anziché dalla strategia.

È un errore molto più frequente di quanto si possa immaginare.

Nella pratica professionale capita spesso di incontrare imprenditori che chiedono di costituire una holding senza aver ancora definito quale funzione essa dovrà svolgere nel progetto imprenditoriale. La domanda iniziale, quasi sempre, riguarda il vantaggio fiscale; molto più raramente riguarda l’evoluzione dell’azienda, la governance del gruppo, il passaggio generazionale o il piano di investimenti previsto nei successivi cinque o dieci anni.

Eppure è proprio da queste domande che dovrebbe iniziare qualsiasi riflessione.

Una holding, infatti, non è un investimento in sé. È un contenitore organizzativo che assume valore soltanto se esiste qualcosa da organizzare. La sua utilità dipende dagli obiettivi che l’imprenditore intende perseguire: acquisire nuove società, separare il patrimonio operativo dagli investimenti, favorire il ricambio generazionale, facilitare l’ingresso di nuovi soci o creare un gruppo destinato a crescere nel tempo. Se queste esigenze non esistono, la holding rischia di trasformarsi in una struttura che genera costi e complessità senza produrre un reale beneficio.

Tra i motivi che alimentano maggiormente l’interesse verso questo strumento vi è certamente il tema della fiscalità. Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che la holding consenta di sostituire la tassazione del 26% prevista per i dividendi percepiti dalle persone fisiche con una tassazione effettiva di circa l’1,2%. Dal punto di vista tecnico questa affermazione contiene un elemento di verità, ma, se isolata dal contesto, rischia di trasmettere un messaggio profondamente fuorviante.

Per comprendere il motivo è necessario seguire il percorso economico che compiono gli utili.

Immaginiamo una società operativa che, dopo aver pagato IRES e IRAP sul reddito prodotto, disponga di 100.000 euro di utili distribuibili.

Se il socio è una persona fisica e decide di distribuirli, la normativa prevede l’applicazione della ritenuta del 26%. Ciò significa che il socio incasserà 74.000 euro netti e 26.000 euro rappresenteranno il costo fiscale necessario per trasferire quella ricchezza dalla società al patrimonio personale.

Supponiamo, invece, che il socio della società operativa sia una holding. In questo caso gli stessi 100.000 euro vengono distribuiti alla società capogruppo. Grazie al regime previsto dall’articolo 89 del TUIR, il 95% del dividendo non concorre alla formazione del reddito imponibile della holding e soltanto il restante 5% viene assoggettato a IRES. Considerando l’aliquota ordinaria del 24%, il prelievo effettivo è pari a circa l’1,2% dell’intero dividendo.

È proprio in questo passaggio che si genera il più grande equivoco.

Molti si fermano qui e concludono che la holding consenta di pagare l’1,2% invece del 26%.

In realtà le due situazioni non sono comparabili, perché descrivono due momenti completamente diversi.

Nel primo caso il denaro è uscito definitivamente dalla società ed è entrato nella disponibilità personale dell’imprenditore.

Nel secondo caso il denaro non è uscito dal sistema imprenditoriale. È semplicemente passato da una società operativa ad un’altra società appartenente allo stesso gruppo.

Dal punto di vista economico quei 98.800 euro circa non sono diventati patrimonio personale dell’imprenditore. Sono rimasti capitale dell’impresa.

Questa distinzione è fondamentale.

Finché quelle risorse rimangono nella holding possono essere reinvestite nell’acquisto di nuove aziende, nella costituzione di nuove società, nell’acquisizione di immobili strumentali, nel finanziamento delle controllate o nello sviluppo di nuovi progetti imprenditoriali. La disciplina fiscale agevolata nasce proprio per evitare che la ricchezza prodotta venga tassata più volte mentre continua a circolare all’interno dello stesso gruppo societario.

Lo scenario cambia nel momento in cui l’imprenditore decide di utilizzare personalmente quelle somme.

Se la holding distribuisce gli utili al socio persona fisica, il denaro esce definitivamente dal circuito societario ed entra nel patrimonio privato. A quel punto torna ad applicarsi la disciplina fiscale prevista per la distribuzione dei dividendi alle persone fisiche.

È questo il passaggio che, molto spesso, viene trascurato nelle rappresentazioni più semplificate.

L’aliquota dell’1,2% non rappresenta il costo fiscale per far arrivare il denaro all’imprenditore.

Rappresenta il costo fiscale necessario per mantenere quel capitale all’interno del gruppo, affinché continui ad essere utilizzato come leva di investimento e di sviluppo.

Questa differenza cambia completamente la valutazione economica dell’operazione.

Se l’imprenditore prevede di reinvestire sistematicamente gli utili nella crescita del gruppo, la holding può diventare uno strumento estremamente efficiente. Se, al contrario, l’obiettivo è distribuire annualmente gli utili per finanziare consumi personali, il vantaggio fiscale si riduce sensibilmente e deve essere confrontato con i costi amministrativi, societari e gestionali che una holding inevitabilmente comporta.

Per questo motivo ritengo che la domanda corretta non sia “Mi conviene costituire una holding?”, bensì un’altra.

Qual è il progetto imprenditoriale che voglio realizzare nei prossimi dieci anni?

Solo dopo aver risposto a questa domanda ha senso affrontare il tema della struttura societaria più idonea.

La holding, infatti, non dovrebbe mai essere considerata uno strumento di pianificazione fiscale isolato. Dovrebbe rappresentare la naturale conseguenza di una strategia di crescita, di investimento e di organizzazione del patrimonio imprenditoriale.

In fondo, le migliori architetture societarie non nascono dall’obiettivo di pagare meno imposte. Nascono dall’esigenza di costruire imprese più solide, più organizzate e maggiormente capaci di affrontare il futuro. Quando questa esigenza esiste, la fiscalità diventa un prezioso alleato della strategia. Quando invece la strategia manca, nessuna holding sarà in grado, da sola, di creare valore.

Domande frequenti

La Holding è utile anche se possiedo una sola società?

Sì, ma non necessariamente. Il numero delle società non è il fattore determinante. Esistono imprenditori con una sola S.r.l. per i quali una holding rappresenta già oggi una scelta strategica, ad esempio perché prevedono acquisizioni future, vogliono investire gli utili in altre attività o stanno pianificando il passaggio generazionale. Al contrario, esistono gruppi con più società per i quali la holding potrebbe non apportare benefici significativi. La valutazione deve partire dagli obiettivi imprenditoriali e non dalla struttura esistente.

Se gli utili rimangono nella Holding, posso utilizzarli liberamente?

Gli utili rimangono nella disponibilità della holding, non dell’imprenditore come persona fisica. Questo significa che possono essere impiegati per effettuare investimenti, acquisire partecipazioni, finanziare le società controllate o sviluppare nuovi progetti imprenditoriali. Se, invece, l’obiettivo è utilizzare quelle somme per spese personali, l’uscita del denaro dal patrimonio societario richiederà una valutazione fiscale e giuridica specifica. La holding non trasforma il patrimonio della società in patrimonio personale. È importante mantenere una netta distinzione tra le due sfere.

Quali sono gli errori più frequenti nella progettazione di una Holding?

L’errore più comune è partire dalla fiscalità anziché dalla strategia. Molti imprenditori si concentrano sul presunto risparmio d’imposta senza chiedersi quale funzione dovrà svolgere concretamente la holding nei successivi cinque o dieci anni. Altre criticità ricorrenti riguardano una governance poco chiara, la mancanza di un piano di investimenti, l’assenza di una pianificazione del passaggio generazionale o la creazione di strutture societarie eccessivamente complesse rispetto alle reali esigenze dell’impresa. Una holding efficace è quasi sempre una struttura semplice, costruita per risolvere problemi concreti e non per inseguire vantaggi teorici.

Esiste un livello di utile o di fatturato oltre il quale una Holding diventa conveniente?

Non esiste una soglia valida per tutte le imprese. La convenienza di una holding non dipende esclusivamente dal volume d’affari o dall’utile prodotto, ma soprattutto dalla destinazione che l’imprenditore intende dare a quelle risorse. Due aziende con lo stesso fatturato possono arrivare a conclusioni completamente diverse: una potrebbe trarre un notevole vantaggio dalla costituzione di una holding perché reinveste sistematicamente gli utili, mentre l’altra potrebbe non avere alcun beneficio se distribuisce ogni anno la quasi totalità degli utili ai soci. La valutazione deve essere personalizzata e inserita all’interno di una pianificazione di medio-lungo periodo.

Come posso capire se sto valutando una Holding per i motivi giusti?

Esiste un esercizio molto semplice che consiglio spesso agli imprenditori. Prova a immaginare che, da domani, la normativa fiscale non riconosca più alcun vantaggio alla holding. La costituiresti comunque? Se la risposta è sì, probabilmente hai individuato valide ragioni strategiche: crescita del gruppo, protezione del patrimonio, governance, investimenti o passaggio generazionale. Se, invece, la risposta è no, è possibile che la tua decisione sia guidata esclusivamente da motivazioni fiscali. In questo caso vale la pena fermarsi e riconsiderare l’intero progetto, perché una buona architettura societaria dovrebbe continuare ad avere senso anche se il contesto fiscale dovesse cambiare.

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